Prefazione al libro "I FRAGILI EQUILIBRI"

       I fragili, non più feroci equilibri che il tempo ha imposto e che intervengono sulla scrittura, frantumandola, fino a condurre il discorso,quasi fisiologicamente, a riflettere (anche nel senso della riflessione, della meditazione) una condizione della natura umana, che, più che tragica o divisa, è forse più coerente con questa poesia definire sospesa.
      Daniele Benvenuto parte significativamente dall'affollamento concettuale delle elegie rilkiane, da una densità di mondo accettata nella sua magmatica e impenetrabile pienezza, per giungere a un balbettìo interrogativo e , infine, a una indicazione di messinscena, non priva di ironia, che rivela l'inganno,l'impossibile organizzazione.
      Tuttavia il fondale desertico ("discese color steppa", "gusci d'ovatta zero-nulla", "ambienti vizzi", etc.) contro il quale ha luogo il monologo, la rappresentazione attuata con "lingua resa morta", malgrado tutto non indica un vuoto, un'assenza disperata e definitiva. Il discorso resiste. Non solo qui, come in molta poesia contemporanea, il frammento non è più da intendersi come raffinata ed estatica riduzione a un lirismo "puro" (la poesia è ragionante), e piuttosto come allusione a ciò che è rimasto di una totalità anteriore ancora vagheggiata, ma gli stessi intervalli, gli spazi che danno alla poesia una scansione così particolare, sono da considerare come dei "pieni" linguistici, dei "significanti".
      Il frammento, sia pure enigmatico, attrae su di s` un'intensità inattesa, ricolma quei vuoti. L'apparente disordine, che costringendo al salto funziona da collegamento, come per esempio in una scultura di Moore è l'assenza di un elemento a raccordare dinamicamente i reperti dissociati (e Benvenuto essendo scultore, lo sa), si pone come necessario strumento di lettura - è il desiderato a provocare il desiderio.
      Quanto alla tematica centrale di Benvenuto, non priva di allusioni a una ciclicità naturale per i frequenti rimandi a immagini di tipo mitico e/o alchemico,è ovvio dire che si manifesta nel linguaggio stesso, nella sua dissonanza, nel suo tentativo di accerchiamento del soggetto, linguaggio fatto emblema della propria inquietudine.

Roberto Sanesi

 
 
 

può essere che    le strane alchimie
colgano l'immenso    (un senso d'effetto
sotto quelle ali)    ricorro alle strane alchimie
 
un trapasso ideale    una faccia a sè calendoscopio:
la mente registra    a confronto con le spine quotidiane
solo infinitesimali stelle    nel fondale dell'immenso
 
le statiche elegie    (storie di continuità   tracce
troppo nette)    dove le punte aguzze?    i profondi
scoscesi...
 
il buio:    non accorgersi che è buio!    la quotidiana
nullità    la cecità per eccellenza che corre su linee
orizzontali

 
 
 

e telepatico    trasmutarsi in masse
rigenerare
trasmigrare i fitti risultati
(intanto i policromi sapori di patti momentanei
assoluta impossibilità come riferimento
come spremere intimi passaggi di calore:
,come riti,)
 
l'individuo sembra fumi amorfi    quando
incastrare le tessere cinesi    di un gioco
antico di pazienza    sembra irrisolto a me
composto di volumi d'attimi
 
seguendo mete di una forma    ricomponendo
sfibrature ereditate da un tempo che non scelto
 
rileggo fantasmi di un amore innato

 
 
 

o concedersi senza ombre    sospetti
a occhi come fòsse    come nero limpido
 
temo solo lo sfasciarsi consueto
nelle utopie dei sogni che si plasmano
 
oppure materia    (abbacina)    e il
calore di sabbia riesce ad assopire

 
 
 

in quella sonnolenza delle ore     il viale
scassato     l'acqua e vapore in rughe     vagando
diviene fisica la stessa flebile atmosfera
sulla pelle d'impulsi inumidita a gocce
 
nella memoria nè cronos confuso     nè sfibrato
nel sonno     il sogno e lo sguardo degrada a
zoom     i tronchi dorici percorsi di acquedotti
metope in ossa mostrate a storia     nelle
fondamenta già serpentine calde     eppure i
dissidenti teoremi d'anime
 
(impotenti i calchi di corpi     sagome come per
rinuncia     senza fughe e là pietre liriche
attoniti i piedi liquefatti)
 
i contorti ulivi sulle foto aeree     forse una cronaca
un'ipotesi futura
spessa una foschia protesa     in lingue

 
 
 

una corsa     penso la ragione del moto
mentre si dipana l'attesa ansiosa dell'ossigeno     o
l'accumularsi dei frammenti     fasci d'aria
che s'annulla     per diaframmi temporali     sopiti là
senza attenzione     (compongono?)
 
,forse atrofizzano,     e
 
corroso il dubbio relativo al fine     respiro
tra i grovigli     ,cerco l'attimo,
 
intorno esiguo     (come una netta parallela ai nulla)
scorre distratto l'occhio     e rende un vuoto
sulle labbra un senso d'acido
 
esaurite le urla dei perchè     un soppesare
un minimo irrorare     il passo che si esegue
 
nel fiume un culto finalmente     nelle cuspidi